lunedì 27 ottobre 2008

Incomprensione



Dedicato a me stesso:
"Anche se la ragione non serve sempre non potrai mai liberarti della incomprensione. E' vero, è strana, ma è proprio grazie a questa che in parte ci fa capire il prossimo. E' impossibile evitarla. Dovrai affrontarla prima o poi."
(Bergson)

domenica 26 ottobre 2008

Sulle classi divise




Partiamo da un unico presupposto: il problema del multiculturalismo nelle scuole ,specialmente elementari e medie, esiste.
Esiste il problema della incomunicabilità linguistica all'interno di queste classi.
Come risolverlo? io non lo so,non sono un esperto e qualsiasi proposta potrebbe causare dei danni.Però di principi me la sento di parlare,anzi,ne devo parlare,perchè è sui principi che si vede il grado di civiltà e modernità di una società. E' sui principi ,come quello dell'educazione garantita per tutti, che ogni persona che viva su un suolo di uno stato che si dica moderno deve dire la sua.
Altro principio molto importante, oltre quello delle libertà, è quello del rispetto delle regole. Regole,le nostre, di un mondo occidentale e liberale (da non confondere liberale nel senso di partito liberale) che garantiscono un modello di vita improntate sul rispetto della persona,sui suoi diritti, sui suoi doveri,sulle sue libere scelte.
Le società occidentali hanno fatto loro,ad esempio i principi fondamentali della carta dell'ONU, di derivazione illuministica.

La scuola deve essere vista come il modello base per una integrazione delle persone viventi in una certa comunità.

Si comprende, così, perché, alla base di ogni società democratica debba esservi almeno il riconoscimento dei singoli in un nucleo di principi politici fondamentali. L'individuazione di un tale spazio di condivisione è condizione fondamentale, inoltre, per dare vita ad una discussione proficua sul significato di altri elementi più controversi e non ancora condivisi: è necessario, infatti, avere un sistema di riferimento stabile, sulla base del quale intendersi, per dare vita ad una discussione di qualunque genere.Entro un contesto omogeneo tale spazio per la condivisione risulta essere caratterizzato da un accordo sui valori, sulle concezioni della vita buona, che si traduce in una identità collettiva stabile e riconoscibile anche a livello politico; entro realtà “multiculturali”, invece, l'eterogeneità delle identità e delle dottrine comprensive impedisce un accordo così profondo e sostanziale; di qui la necessità di aprire uno spazio di condivisione, almeno a livello politico, giuridico.Come evidenzia lo stesso Habermas, infatti, “il diritto è l'unico medium che possa garantire una solidarietà tra estranei nelle società complesse” [Habermas, 1997, p.96]: si comprende, così, il carattere inevitabilmente artificiale e discorsivamente costruito dell'identità collettiva di una società complessa, in cui individui, o gruppi, profondamente divisi, si trovano a dover convivere, non condividendo né ideali, né credenze, ma essendo tutti ugualmente motivati a realizzare una modalità pacifica di convivenza.

La condivisione si presenta, dunque, come un fatto prettamente politico, e costruito a partire dalle differenti dimensioni identitarie e culturali, cui appartengono soggetti che, dovendo convivere entro contesti eterogenei, cercano, tenendo presenti le esigenze e le richieste di ognuno, un accordo sui principi giuridici che renda possibile tale convivenza.Questo accordo viene raggiunto per mezzo di una discussione, cui partecipano tutte le parti in causa, o i loro rappresentanti: una discussione in cui tutte le voci hanno lo stesso diritto di farsi ascoltare; una discussione il cui risultato consisterà nell'individuazione di alcune norme cui gli stessi attori dovranno sottomettersi.Presentando la natura discorsiva dell'accordo politico, Habermas introduce il concetto di agire comunicativo, in virtù del quale “l'importante funzione d'integrazione sociale viene a cadere sulle vincolanti energie di un linguaggio orientato all'intesa"

Detto questo,ho dimostrato che la divisioni in classi "per razze" è contraria ai principi sopra esposti.

Mi chiedo se queste cose siano state esaminate dal ministro della pubblica (D)istruzione. Ma il dibattito ,mi sa, non coinvolge nessuno su questi principi.................meglio indovinare chi è la talpa nell'isola.

Lorenzo



lunedì 20 ottobre 2008

Il mito della caverna

Al centro della “CITTÀ” detta anche “REPUBBLICA” si colloca un celeberrimo mito detto “della caverna”.
Immaginiamo degli uomini che vivano in una abitazione sotterranea, in una caverna che abbia l’ingresso aperto verso la luce per tutta la sua larghezza, con un lungo andito d’accesso; e immaginiamo che gli abitanti di questa caverna siano legati alle gambe ed al collo in modo che non possano girarsi e che quindi possano guardare unicamente verso il fondo della caverna medesima.
Immaginiamo poi che, appena fuori dalla caverna, vi sia un muricciolo ad altezza d’uomo e che dietro questo, (quindi interamente coperti dal muricciolo) si muovano degli uomini che portano sulle spalle statue lavorate in pietra e in legno, raffiguranti tutti i generi di cose.
Immaginiamo, ancora, che dietro questi uomini arda un grande fuoco e che, in alto, splenda il sole.
Infine immaginiamo che la caverna abbia una eco e che gli uomini che passano al di là del muro parlino e che le loro voci rimbalzino per effetto dell’eco.
Ebbene, se così fosse, quei prigionieri non potrebbero vedere altro che le ombre delle statue che si proiettano sul fondo della caverna e udrebbero l’eco delle voci; ma essi crederebbero anche che le voci dell’eco fossero le voci prodotte da quelle ombre.
Ora, supponiamo che uno di questi prigionieri riesca a sciogliersi a fatica dai ceppi; ebbene, costui con fatica riuscirebbe ad abituarsi alla nuova visione che gli apparirebbe e, abituandosi, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra del muro e capirebbe che quelle sono ben più vere di quelle cose che prima vedeva e che ora gli appaiono come ombre.
Supponiamo che qualcuno tragga il nostro prigioniero fuori della caverna e al di là del muro; ebbene, egli resterebbe abbagliato prima dalla gran luce e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse e, da ultimo, prima riflessa e poi in se, vedrebbe la luce stessa del sole e capirebbe che queste e solo queste sono le realtà vere e che il sole è causa di tutte le altre cose visibili.

Innanzitutto, il mito della caverna simboleggia i generi dell’essere sensibile e soprasensibile con le suddistinzioni:
le ombre della caverna sono le mere parvenze sensibili delle cose, le statue le cose sensibili; il muro è lo spartiacque che divide le cose sensibili e le soprasensibili; al di là del muro le cose simboleggiano il vero essere e le Idee, e il Sole simboleggia l’Idea del Bene.
In secondo luogo, il mito simboleggia i gradi di conoscenza nelle due specie e nei due gradi di queste: la visione delle ombre simboleggia l’immaginazione, e la visione delle statue simboleggia la credenza; il passaggio della visione delle statue alla visione degli oggetti veri e la visione del sole, prima mediata e poi immediata, rappresenta la dialettica nei vari gradi e la pura intellezione.
In terzo luogo simboleggia l’aspetto mistico e teologico del platonismo: la vita nella dimensione dei sensi e del sensibile è vita nella caverna, così come la vita nella dimensione dello spirito è vita nella pura luce; il volgersi dal sensibile all’intellegibile è espressamente rappresentato come conversione; e la visione suprema del sole e della luce in se è visione del Bene e contemplazione del Divino.
Nella concezione squisitamente platonica si esprime, in quarto luogo, la concezione politica. Platone parla infatti anche di ritorno nella caverna di colui che si era liberato dalle catene, di un ritorno che ha come scopo la liberazione dalle catene di coloro in compagnia dei quali, egli prima era schiavo. Questo ritorno è indubbiamente il ritorno del filosofo – politico, il quale se seguisse il suo solo desiderio, resterebbe a contemplare il vero, e invece superando il suo desiderio, scende per cercare di salvare anche gli altri ( il vero politico, secondo Platone, non ama il comando ed il potere, ma usa comando e potere come servizio per attuare il bene).
Ma l’uomo che ha “visto” il vero Bene, dovrà e saprà correre il rischio di non essere creduto e di non potersi più riadattare e riabituare al buio, quando ritornerà nella caverna.
Lorenzo

sabato 18 ottobre 2008

Complicità


La complicità passa anche attraverso segni per altri incomprensibili ma che hanno un significato profondo per i destinatari del linguaggio complice.

TI COM

Lorenzo

giovedì 16 ottobre 2008

Sulle classi separate


"C'è questo da dire in favore del giornalismo moderno. Dandoci le opinioni degli illetterati, ci tiene in contatto con l'ignoranza della comunità. Passando in rassegna con cura gli avvenimenti della vita contemporanea, ci fa vedere quanto poco importanti siano. Discutendo sempre di cose non fondamentali, ci fa capire cosa sia la cultura e cosa no."

Oscar Wilde


Parto da questa frase per iniziare una serie di post riguardo la cultura e la scuola.
Sono rimasto sconvolto dall'emendamento della Lega (ma non meravigliato!) sull'istituzione delle classi separate per stranieri.
Lo scadimento della società italiana non ha proprio fine.


martedì 14 ottobre 2008

Riflessioni




Lo studio è sempre stato per me il rimedio sovrano contro il disgusto della vita, e non ho mai provato un dolore che un'ora di lettura non sia riuscita a far svanire.
(Montesquieu)

lunedì 13 ottobre 2008

Quando gli angeli cantavano,ballavano e suonavano


E' vero che dalle finestre
non riusciamo a vedere la luce
perché la notte vince sempre sul giorno
e la notte sangue non ne produce,
è vero che la nostra aria
diventa sempre più ragazzina
e si fa correre dietro
lungo le strade senza uscita,
è vero che non riusciamo a parlare
e che parliamo sempre troppo.

E' vero che sputiamo per terra
quando vediamo passare un gobbo,
un tredici o un ubriaco
o quando non vogliamo incrinare
il meraviglioso equilibrio
di un'obesità senza fine,
di una felicità senza peso.
E' vero che non vogliamo pagare
la colpa di non avere colpe
e che preferiamo morire
piuttosto che abbassare la faccia, è vero
cerchiamo l'amore sempre
nelle braccia sbagliate.

E' vero che non vogliamo cambiare
il nostro inverno in estate,
è vero che i poeti ci fanno paura
perché i poeti accarezzano troppo le gobbe,
amano l'odore delle armi
e odiano la fine della giornata.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra
anche se noi diciamo che è
una finestra sbagliata.

E' vero che non ci capiamo,
che non parliamo mai
in due la stessa lingua,
e abbiamo paura del buio e anche della luce, è vero
che abbiamo tanto da fare
e non facciamo mai niente.
E' vero che spesso la strada ci sembra un inferno
e una voce in cui non riusciamo a stare insieme,
dove non riconosciamo mai i nostri fratelli,
è vero che beviamo il sangue dei nostri padri,
che odiamo tutte le nostre donne
e tutti i nostri amici.

Ma ho visto anche degli zingari felici
corrersi dietro, far l'amore
e rotolarsi per terra,
ho visto anche degli zingari felici
in Piazza Maggiore
ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.

Claudio Lolli (1976)

Quando gli angeli sapevano cantare

Lorenzo